I candidati sindaco hanno già “dimenticato” il Covid

Ma la pandemia sta trasformando la vita nelle nostre città? Dalla campagna elettorale non sembra proprio

Ma la pandemia sta colpendo e trasformando la vita nelle nostre città? Da quello che traspare dalla campagna elettorale non sembra proprio. Nessuno dei pretendenti al vertice delle grandi metropoli che oggi sono in corsa mostra interesse o anche solo curiosità per l’argomento.

I programmi appena licenziati dai candidati scandiscono generiche formule sul lavoro, la mobilità, la sicurezza, in alcuni casi persino dell’innovazione, ma tacciono completamente sulle strategie di contrasto, e soprattutto sul governo, della pandemia. Eppure il sindaco è il primo responsabile della sanità in città, e non può certo nascondersi dietro l’intraprendenza delle altre istituzioni.

Nessun accenno si coglie sulle specificità che le diverse città propongono nella strategia contro il virus: Milano non è Roma, Torino non è Napoli. Né per le modalità di cura, di prevenzione, di linguaggi adottati e di reazioni civiche. Né per gli effetti e le conseguenze di un fenomeno che diventando endemico sta ridisegnando proprio i modelli di convivenza.

Come ha dettagliatamente spiegato Andrea Crisanti nel libro “Caccia al Virus”, “siamo in una fase endemica della malattia, che a diversa intensità, rimarrà come variabile costante nei prossimi anni”. Questa endemicità produce conseguenze sociali, sia in termini di condizionamento dei comportamenti dei cittadini, sia nelle forme di organizzazione delle relazioni e delle attività che il sistema metropolitano deve governare.

Il tratto dominante di questa realtà epidemica è il distanziamento. Ancora Crisanti ci dice che “il campo di battaglia di ogni epidemia è il territorio, è qui che si vince o si perde la battaglia. Ogni persona vaccinata, o infetta ma  identificata e isolata, ha un impatto positivo perché riduce la trasmissione e diminuisce il numero delle persone a rischio di essere ricoverata in ospedale. Questa aritmetica sanitaria va bene compresa da tutte le istituzioni“.

Ma questa aritmetica è innanzitutto politica concentrata. La gestione di queste fasi di immunizzazione sono la conseguenza di un concerto fra le diverse istituzioni, di cui il comune è un passaggio nodale.

C’è poi un altro aspetto, più di fondo, che dovrebbe sollecitare la progettualità dei candidati: cosa significa nelle diverse città il codice del distanziamento? Siamo in un paese, in una cultura, che ha sempre coltivato l’idea di sviluppo e di benessere in termini di vicinanza se non proprio di promiscuità. Le relazioni famigliari, l’organizzazione della residenzialità, l’erogazione dei servizi, la gestione del tempo libero e delle attività culturali, sono  state pensate e logisticamente costruite proprio sulla base di una permanente vicinanza.

Ora ricalibrare queste attività in termini di distanziamento cautelativo -pensiamo alla scuola, o al lavoro o alle attività di intrattenimento e turistiche- significa riprogettare formule, linguaggi meccanismi e ruoli di strutture e di poteri.

Possiamo pensare a una riorganizzazione della mobilità, o della formazione, o dell’accoglienza turistica senza adattare alla cultura e alle condizioni concrete della comunità metropolitana la strategia di un distanziamento di medio e lungo periodo? Il comune può non essere impresario, a Roma come a Bologna o Napoli, di formule e modelli comportamentali da proporre come modello alla città? Non è questa la politica moderna? Non si declina su questi snodi una nuova idea di partito e di elaborazione culturale? Non è soprattutto questo il terreno su cui cercare un primato per la città che attivi risorse e valore?

Eppure non si sente nessun impegno o elaborazione su questi temi.

Ogni candidato, facendo intendere che la compilazione di un programma elettorale è più un pedaggio che una strategia reale, si è rifugiato nella tradizione, assicurando che il futuro sarà migliore del passato, e che lui farà meglio di tutti. Ma nel 2021 il futuro si chiama epidemiologia sociale, ossia capacità di leggere i dati per organizzare un modello di convivenza che possa mitigare gli effetti della pandemia dando forza e efficacia alle attività della città.

Certo che il governo nazionale e la regione hanno peso e priorità nel contrasto al contagio, ma l’amministrazione di una grande città, un simbolo del paese, una metropoli che si identifica con grande parte del mezzogiorno, non può non essere motore concreto di questa trasformazione.

Le reti sociali sul territorio sono essenziali per ribaltare gli effetti devastanti dell’epidemia. Le città italiane sono grovigli di reti sociali che si intrecciano ma difficilmente cooperano, proprio perché non governate. Il decentramento del sistema ospedaliero in città è cosa diversa che in altre zone della regione, il sistema scolastico nei diversi quartieri metropolitani presenta problematiche e bisogni complessi e specifici che devono essere affrontati da organismi in grandi di analizzare tendenze e criticità in tempo reale.

Già solo l’idea di una giunta che riproduca le vecchie competenze a canne d’organo ci dice che non partiremo con il piede giusto. Speriamo che nelle ultime settimane ci possa essere uno sforzo di partiti e candidati per dare alla città prospettiva e speranza in una pandemia che non può essere solo un problema altrui.

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